Avverrà a breve: il prossimo novilunio vedrà infatti la famosa “notte prima degli esami”, con tutto il concentrato di emozioni e preoccupazioni che angosciano ogni studente pronto ad affrontare questo momento importante della sua vita.
Quest’anno c’è un motivo di apprensione in più, dato che prende il via l’ennesima riforma, voluta dal titolare del ministero di Viale Trastevere, che cambia il nome e la sostanza dell’esame: si chiamerà infatti nuovamente Esame di Maturità, invece del precedente Esame di Stato, proprio per chiarire anche nella forma il maggiore impegno e coinvolgimento richiesti. Una maturità che – al netto del numero dei commissari (ridotti forse per ovviare alla banale fatica di trovarne in numero sufficiente e per tirare un poco dell’unica coperta sopra i compensi degli esaminatori disponibili), al giorno della settimana prescelto per l’inizio (giovedì invece di mercoledì, perché una piccola proroga non si nega a nessuno), e alla riduzione dello scibile a quattro materie scelte a gennaio dallo stesso ministro – ritrova il nome che nel 1923 Giovanni Gentile aveva introdotto e tutti hanno sempre continuato ad usare, nonostante il ministro Berlinguer nel 1997 avesse deciso di cambiarlo in Esame di Stato, una dicitura che al ministro Valditara è suonata come fredda e troppo istituzionale, quasi anonima.
L’esame nella sua nuova veste deve far sentire un certo peso, rappresentare l’io più profondo, i passaggi di vita e la consapevolezza del maturando quando, secondo il ministro, la maturità sembra essere passata di moda: da un lato ci sono giovani che faticano a uscire dall’adolescenza, dall’altro adulti che sembrano volerci rientrare. Recuperare il concetto di una scuola che accompagni lo studente nella sua crescita, dice Valditara, è una sfida culturale prima ancora che scolastica. Fondamentale, a questo proposito, è l’esame orale che quest’anno, dopo i silenzi tattici dello scorso anno, torna ad avere un peso determinante, poiché fare scena muta al momento del colloquio, contando sui voti degli scritti e sulla “dote” degli anni precedenti, comporta la bocciatura automatica.
Del resto, in un tempo nel quale i testi scritti – compiti, lezioni e anche esami – sono spesso debitori dell’intelligenza artificiale, un esame orale sembra essere l’unico modo per capire se gli studenti si limitano a dimostrare le proprie conoscenze, magari in modo brillante, partendo da una tesina preparata ad hoc o da uno spunto scelto dalla commissione, oppure se sanno davvero di sé e di cosa parlano, esprimendosi con parole loro, senza testi davanti, e “raccontando” in 40/60 minuti le proprie esperienze, formali, informali e non formali, per dimostrare il «grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studio».
Requisito obbligatorio per essere ammessi all’esame è lo svolgimento delle prove INVALSI, i cui risultati non saranno visibili ai commissari fino alla conclusione della prova orale, in modo che non ci sia alcun riflesso – negativo o positivo – sugli esami e sulla valutazione finale. Le informazioni saranno però inserite nel Curriculum dello Studente per integrare il percorso scolastico, le attività extrascolastiche e le certificazioni con un elemento in più che possa favorire l’orientamento e l’accesso al lavoro, benché gli ultimi risultati pubblicati non siano «esattamente una botta di ottimismo», come dice il professor Galiano, che pur invita a prenderli con le pinze.
In ogni caso, all’esame di maturità lo studente deve far emergere anche quanto ricavato dalle esperienze maturate nei neodenominati percorsi di Formazione Scuola-Lavoro (ex PCTO), a sottolineare la centralità dell’orientamento e il consolidamento sempre maggiore tra istruzione e mondo produttivo. Un obiettivo dimostrato sia dal modello 4+2 adottato per collegare Istituti tecnici, ITS Academy e lauree professionalizzanti, ma anche da tutto l’assetto ordinamentale degli Istituti tecnici, che il D.M. 29/2026 riforma completamente negli indirizzi, nelle articolazioni, nei quadri orari e nei risultati di apprendimento dei percorsi di studio a partire dalle prime classi dell’anno scolastico 2026/2027.
Con la successiva circolare 1397 del 19/03/2026 sono state date indicazioni operative per la fase di transizione di una riforma che si colloca nell’ambito della più ampia Riforma 1.1 del PNRR, per la quale, tuttavia, mancano le linee guida promesse, indispensabili a supportare le scuole nell’attuazione del nuovo ordinamento, a meno che il forte investimento sull’autonomia delle Istituzioni scolastiche non comprenda, oltre alla gestione di una quota del curricolo pari a 66 ore per ciascun anno del primo biennio, anche ogni autonoma determinazione in fatto di classi di concorso e organici.
Manca inoltre una norma definitiva che individui le classi di concorso da assegnare alle discipline dei percorsi di istruzione previsti dalla riforma, mentre gli istituti interessati stanno già predisponendo le richieste di organico per il prossimo settembre, con previsioni che devono tener conto dei nuovi quadri orario definiti dal D.M. 29/2026, ma – come sottolinea con una certa preoccupazione l’ANP – «un quadro orario è poco utile se non si sa ancora chi può insegnare cosa. Senza la prevista revisione delle classi di concorso, i dirigenti non possono proporre organici coerenti col nuovo assetto».
Considerazioni analoghe sono espresse nel parere del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione rilasciato lo scorso 10 aprile riguardo allo schema di decreto ministeriale recante “Individuazione delle classi di concorso da assegnare alle discipline dei percorsi di istruzione tecnica in relazione ai nuovi quadri orari [...]”. In particolare, il CSPI rileva «che l‘attuazione della riforma rischia di essere seriamente compromessa dalle criticità operative che si stanno determinando e dalla complessità dei quadri orari dei diversi indirizzi e articolazioni. La mancanza delle Linee guida, il disallineamento tra i provvedimenti adottati e la conseguente incertezza nella determinazione degli organici rischiano di tradurre la riforma in una fonte di disorientamento per le scuole, di ulteriore precarietà per il personale docente e di discontinuità per le studentesse e gli studenti».
Nell’immediato, la questione più dibattuta riguarda proprio la formulazione degli organici, dato che, come rileva anche il CSPI, la declinazione degli insegnamenti nelle classi di concorso variata rispetto all’attuale ordinamento e la gestione delle 66 ore annuali alla quota del curricolo a disposizione della scuola, non può che determinare situazioni di soprannumero nelle scuole o, nei casi più critici, anche di esubero a livello provinciale.
I campanelli di allarme sono fondati e purtroppo non sono gli unici: basta infatti guardare al Rapporto annuale ISTAT 2026 per rendersi conto di come – da qualsiasi parte si guardi – non emergano spunti di particolare ottimismo.
La struttura demografica è fortemente sbilanciata verso le classi di età più anziane e nel 2025 i nuovi nati sono appena 355mila, in calo di quasi il 4% rispetto all’anno precedente; sono tornati a crescere i posti vacanti, confermando il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, e rimane delicata la condizione dei giovani, il cui tasso di occupazione è inferiore di 15 punti alla media UE27 (43,9 contro 58,1%), mentre diminuisce ulteriormente il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training) che al Sud raggiunge tuttavia quote superiori al 20%.
Non va meglio con i laureati, il cui titolo di studio, secondo l’indagine ISTAT, rappresenta il principale fattore di protezione dall’indigenza: solo il 31,6% dei 25-34enni possiede un titolo terziario, contro il 44,1% della media dell’UE27; tra questi, se ne sono andati in 21mila, mentre quasi il 24% degli occupati laureati rimasti svolge professioni a media o bassa qualifica, superando qualsiasi altro valore registrato in UE27.
Ma cosa c’entra la scuola con la crisi demografica? In un’intervista rilasciata di recente, Francesco Billari, demografo e rettore dell’Università Bocconi di Milano, spiega che bisogna intervenire per valorizzare i nostri giovani perché «purtroppo non stiamo investendo a sufficienza» nei pochi bambini che abbiamo. L’istruzione italiana, afferma, andrebbe svecchiata perché «noi abbiamo una scuola che è costruita per un mondo molto diverso, una scuola che essenzialmente deriva ancora dalla riforma Gentile del 1923, deriva da un periodo in cui c’erano tantissimi bambini [...] ma quando i bambini sono 355mila le cose devono cambiare e purtroppo noi non abbiamo cambiato».
Ben vengano allora le riforme, anche se imperfette e foriere di temporaneo disorientamento, e che la “notte prima degli esami” porti buoni consigli a tutti.
