Sinergie di Scuola

Il 2025 è stato un anno piuttosto frenetico sotto molti aspetti per il mondo della scuola, poiché ha visto susseguirsi una cospicua serie di innovazioni potenzialmente rivoluzionarie, come l’uso delle intelligenze artificiali per scopi didattici e come strumento di lavoro amministrativo, riforme e modifiche normative destinate a lasciare il segno, come le nuove Indicazioni Nazionali, l’esame di maturità e, più banalmente, il divieto d’uso dei cellulari a scuola.

Non sono passati inosservati i tortuosi percorsi concorsuali del PNRR, la reintroduzione del latino e la riforma del voto in condotta, mentre non troppo è stata approfondita la pubblicazione del nuovo bando Erasmus+ per il 2026, con la sua dote di oltre 5 miliardi di euro per scambi di apprendimento all’estero e partenariati di cooperazione nei quali rientrerà anche il Regno Unito, che ne era uscito con la Brexit.

Esiste però una certa disconnessione tra le riforme ad alto impatto mediatico e le reali battaglie economiche e normative che si combattono lontano dai riflettori, tra il personale scolastico impegnato in trincee ben più prosaiche, fatte di contratti, stipendi e diritti, dove si agitano i veri cambiamenti – o le loro eterne promesse.

Prima di parlare del vil denaro, è doveroso però esaminare i dati che stabiliscono chi avrà il privilegio (e l’onere) di sedersi ai tavoli delle trattative per discuterne, dando uno sguardo all’accertamento della rappresentatività sindacale triennio 2025-2027 pubblicata dall’ARAN. Risulta dall’indagine che sei organizzazioni sindacali hanno superato la fatidica soglia del 5%, necessaria per partecipare alla contrattazione collettiva di comparto e alla fruizione di distacchi e permessi sindacali. Sulla base delle deleghe ricevute, cioè delle tessere sindacali sottoscritte dal personale, risulta che il sindacato più rappresentativo è la CISL con il 23,53%, seguita subito dopo da FLC CGIL (20,08%) e, con maggior distacco, da UIL SCUOLA RUA (16,36%), SNALS CONFSAL (12,61%), GILDA UNAMS (10,27%) e ANIEF (8,50%).

Rispetto al triennio 2022-2024 è l’ANIEF, un sindacato relativamente giovane e ufficialmente privo di appartenenza partitica, che compie il maggior balzo in avanti che ha del sorprendente, ottenendo 66.095 deleghe rispetto alle precedenti 51.010 (7,36%) e un incremento di oltre 20.000 voti nelle elezioni per le RSU, passando da 57.708 a 78.259 voti.

Dall’altra parte, profondamente al di sotto della soglia di rappresentatività e classificabili in termini di zero virgola, troviamo molte altre sigle sindacali tra le quali, ad esempio, l’ANQUAP, che con il suo esiguo 0,47% paga la scelta di un target numerico limitato (Direttori SGA e assistenti amministrativi) e la dichiarata mission, tanto ambiziosa quanto velleitaria, di collocare i DSGA nell’area della dirigenza, con struttura retributiva rapportata a quella dei Dirigenti scolastici, in misura dell’80%.

Tasto dolentissimo, quello della valorizzazione professionale dei DSGA e della loro retribuzione, specialmente se raffrontata con quella dei Dirigenti scolastici, con i quali condividono la gestione delle Istituzioni scolastiche. Se il CCNL 18/01/2024 ne aveva (definitivamente) sancito l’inquadramento normativo a pesci in faccia, il CCNL 2022-2024 non porta grandi regali sotto l’alberello natalizio dei funzionari EQ, neppure con l’utilizzo dei risparmi derivanti dalla riduzione di questa figura professionale a seguito del dimensionamento scolastico (altra rivoluzione impattante ma silenziosa).

E dal sogno infranto di una dirigenza per pochi, si passa alla realtà ben più prosaica di un contratto per tutti. Un contratto che, come da tradizione, promette mari e monti, ma nasconde le secche nelle note a piè di pagina.

Con un tempismo quasi miracoloso, è arrivata la firma del CCNL economico 2022-2024. Un evento “storico”, se non altro per il suo pregio più evidente: non essere in ritardo di anni rispetto al periodo di riferimento. Una buona eccezione che speriamo faccia scuola.

Questo contratto promette aumenti, arretrati e una tantum con cifre che, secondo le stime fornite dal Ministero, raggiungeranno «416 euro mensili lordi per i docenti e 303 euro per il personale ATA, includendo anche gli arretrati maturati, per circa 2.500 euro per i docenti e oltre 1.830 euro per gli ATA». Non sfugga ai meno attenti l’uso del verbo al futuro dato che gli aumenti proclamati includono, con grande ottimismo contabile, anche quelli di un contratto 2025-2027 ancora da scrivere, che sono al lordo della mano sempre generosa del fisco, dopo il cui passaggio rimarrà sul cedolino ben altra cifra, e comprendono anche l’indennità di vacanza contrattuale già pagata per tutto il 2024, che va quindi sottratta dal totale degli aumenti contrattati.

Particolarmente critica sui contenuti del CCNL 2022-2024 è la FLC CGIL, che non l’ha sottoscritto, per un motivo chiaro e semplice: «il contratto non compensa adeguatamente la pesante perdita di circa due terzi del potere d’acquisto delle retribuzioni per effetto dell’inflazione registrata nel triennio di riferimento, né offre un congruo riconoscimento dell’evoluzione organizzativa e professionale al personale del Comparto».

Per completezza di informazione, occorre aggiungere che le risorse del CCNL determinano aumenti che si applicano solo dal 1° gennaio 2024, mentre per il 2022 e il 2023 la logica contrattuale è di una chiarezza implacabile e disarmante. Gli “incrementi” non sono altro che la formalizzazione delle anticipazioni già pagate per l’anno 2022 e (idem per l’anno 2023): trattasi infatti «di importi mensili lordi corrispondenti all’anticipazione di cui all’art. 47-bis, comma 2 del D.Lgs. 165/2001 già erogata in tale anno ai sensi dell’art. 1, comma 609 della Legge 234/2021».

In parole più semplici, chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato, e l’importante è chiudere la contrattazione, come dice il presidente dell’ARAN, secondo il quale la firma dei contratti di Enti Locali e Istruzione e Ricerca «rappresenta un segnale concreto di attenzione verso chi ogni giorno contribuisce al funzionamento dei servizi pubblici essenziali, alla formazione delle nuove generazioni e allo sviluppo della ricerca scientifica italiana».

Sull’onda di questa convinzione di ottimismo pragmatico non poteva certo mancare l’ipotesi di un nuovo contratto: infatti lo scorso 30 dicembre è stato sottoscritto il CCNI relativo all’individuazione dei criteri e delle modalità di accesso al sistema di assistenza sanitaria integrativa per il personale della scuola, in applicazione del D.L. 25 del 14/03/2025, art. 14, comma 6, che ha autorizzato la spesa di 65 milioni di euro per ciascuno degli anni 2026, 2027, 2028 e 2029.

Il pacchetto delle prestazioni previste, a favore sia del personale a TI che a TD annuale, dipenderà dall’esito della gara e dalle condizioni proposte dall’operatore economico aggiudicatario, cioè dall’assicurazione che si aggiudicherà l’appalto, ma si possono già ipotizzare prestazioni come diagnostica, visite specialistiche, cure oncologiche, assistenza dentale e ostetrica, con l’obiettivo di migliorare il benessere del personale scolastico.

Un’intenzione lodevole, che però non ha convinto la FLC CGIL, la quale, sospettosa, non ha firmato a causa di clausole definite «aleatorie». Il diavolo, come sempre, si nasconde nei dettagli e il dettaglio, in questo caso, è la fonte dei fondi.

L’art. 14 del D.L. 25/2025 svela ad un certo punto l’arcano con una prosa tanto impeccabile quanto lapidaria, che attesta come la coperta sia sempre quella: «agli oneri derivanti dal presente comma (65.000.000 per ogni anno del quadriennio 2026/2029) si provvede, quanto a euro 50.000.000 per ciascuno degli anni 2026, 2027, 2028 e 2029, mediante corrispondente riduzione del Fondo per il funzionamento delle Istituzioni scolastiche».

In ogni caso, dettagli a parte, va apprezzata l’assistenza sanitaria integrativa, perché la salute viene prima di tutto; per quanto riguarda il resto, possiamo sempre aspettare la calza della Befana.

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