Sinergie di Scuola

Ha suscitato un diffuso interesse e acceso un animato dibattito la recente proposta della ministra Santanché di modificare il calendario scolastico, che dal 1977 dispone l’avvio dell’attività didattica a metà settembre circa, con date diverse da regione a regione, e la sua conclusione ai primi di giugno.

Fino al 1976 l’anno scolastico e le lezioni iniziavano in tutta Italia il 1° ottobre contemporaneamente, giorno di san Remigio, con una specie di sacrale rito collettivo che dava il via ad una nuova stagione di impegno e serietà, ponendo fine all’estate anche con la complicità del meteo, che – allora – rispettava il ciclo ordinario delle stagioni, durante le quali ciascuno aveva il suo compito e lo rispettava scrupolosamente. Ottobre andava a braccetto con la caduta delle foglie, con le prime piogge e le sere anticipate, che spiegavano subito e chiaramente come il tempo di giocare e vivere all’aperto fosse ormai finito.

Poi, la Legge 517 del 4/08/1977 aboliva gli esami di riparazione e stabiliva che da quell’anno la scuola avrebbe dovuto iniziare tra il 10 e il 20 settembre, che l’ultima lezione si sarebbe tenuta tra il 10 e il 30 giugno e che il periodo effettivo delle lezioni dovesse comprendere almeno 215 giorni esclusi i festivi, riservando al Ministro per la pubblica istruzione la facoltà di differenziare il calendario scolastico per regione o per provincia.

Da quel momento si è instaurato un intreccio di competenze, per cui il Ministero emana un’ordinanza che contiene le date delle festività nazionali, uguali per le scuole di ogni ordine e grado, le regioni fissano la data di inizio e di fine delle lezioni nonché gli eventuali ulteriori giorni di chiusura in occasione delle festività natalizie e pasquali, o in altri periodi, e i singoli Istituti scolastici, all’interno di questi paletti e con il vincolo di assicurare almeno 200 giorni di lezione effettiva, rifiniscono l’impianto generale con adattamenti minimi alle esigenze del proprio territorio.

La proposta della Santanché mira ad accorciare le vacanze estive e redistribuire le pause scolastiche suddividendole in modo più equilibrato lungo l’intero arco dell’anno, prendendo spunto da quello che avviene negli altri Paesi membri dell’Unione europea, che hanno calendari scolastici diversificati.

Consultando il web tool di Eurydice sui calendari scolastici dell’istruzione primaria e secondaria dei 37 paesi europei possiamo confrontare informazioni interessanti sull’anno scolastico 2025/2026, sui tempi e sulla durata delle vacanze scolastiche nei vari Paesi, con open data disponibili a livello nazionale e, ove possibile, anche per regione o area geografica.

Il dettagliato report sull’organizzazione del tempo scuola in Europa – scuola primaria e secondaria anno scolastico 2023/2024 evidenzia inoltre che nei Paesi membri l’anno scolastico generalmente inizia ai primi di settembre, con alcune eccezioni: 9 agosto in Finlandia, metà agosto in Belgio, Danimarca, Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svezia e Svizzera e alcune regioni di Germania, Irlanda e Olanda. Gli studenti di Malta sono gli ultimi a tornare in classe, alla fine di settembre.

Più articolata è l’organizzazione del tempo scuola in Europa: fermo restando il fatto che Italia e Danimarca sono gli unici Paesi che raggiungono i 200 giorni di scuola, gli studenti italiani hanno una delle pause più lunghe durante il periodo estivo: 13 settimane, come in Latvia e Malta, mentre in Irlanda, Grecia, Portogallo, Albania e Islanda la pausa massima è di 12 settimane.

Durante l’anno molti Paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Romania, Slovenia, Svezia e Svizzera) distribuiscono quattro pause di una/due settimane, con sole 6/8 settimane di vacanza estiva, mentre una vera anomalia è costituita da Italia, Montenegro e Nord Macedonia, che sono gli unici Paesi ad avere una sola pausa durante l’anno scolastico.

In tabella riporto un piccolo prospetto comparativo del calendario scolastico 2025/2026.

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Sarebbe davvero interessante esaminare e confrontare i motivi che portano ad una strutturazione così disomogenea del calendario scolastico, constatando che la recente proposta di modificare il nostro attualmente in vigore non è del tutto peregrina.

Suscita tuttavia qualche perplessità il fatto che non sia stata avanzata dal Ministro dell’Istruzione e del Merito al fine di – ad esempio – ridurre il fenomeno del Summer Learning Loss, cioè la “perdita di apprendimento” causata dal lungo periodo estivo di interruzione dell’attività didattica, oppure a seguito di una valutazione ex post dei Piani Estate e di come il precario stato dell’edilizia scolastica condizioni la qualità dell’azione didattica nei mesi più caldi, così da programmare qualche intervento riqualificante, almeno nelle situazioni più critiche, dotando gli edifici scolastici di sistemi di climatizzazione, se non di aree verdi, piscine, campi da gioco.

Curiosamente, invece, la proposta è stata fatta dal Ministro del Turismo, con il dichiarato obiettivo di sviluppare il turismo, incentivandone la destagionalizzazione, l’undertourism e i nuovi turismi come il cicloturismo, il turismo termale e gli eventi sportivi. A tal fine, il calendario scolastico è fondamentale per destagionalizzare, ha affermato, dato che attualmente le vacanze sono concentrate «principalmente in due periodi dell’anno, a differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri Paesi occidentali, dove le pause scolastiche sono suddivise in modo più equilibrato lungo l’intero arco dell’anno. Questa peculiarità non agevola il turismo interno, poiché genera affollamenti stagionali e limita la possibilità per le famiglie di viaggiare in periodi diversi dall’alta stagione».

Se il calendario scolastico sarà modificato, quindi, non avverrà perché è stata fatta una analisi dei bisogni educativi degli alunni/studenti o una verifica delle esigenze delle famiglie e una conseguente riprogrammazione del tempo scuola, anche in base alle condizioni strutturali degli edifici, ma perché serve a sviluppare il turismo.

In modo analogo, quando ci sono le elezioni politiche, amministrative e referendarie, gli enti locali requisiscono i locali scolastici che servono all’uso, ordinando la sospensione delle lezioni, lo sgombero delle aule da banchi, sedie, arredi e suppellettili, la ricomposizione e la pulizia delle stesse.

E ancora, quando si rendono necessari interventi «indifferibili e urgenti, di piccola manutenzione e riparazione degli edifici scolastici e delle loro pertinenze, nella misura strettamente necessaria a garantire lo svolgimento delle attività didattiche», le scuole servono ad anticipare i fondi necessari a continuare a funzionare, salvo poi chiederne il rimborso a chi dovrebbe invece provvedere subito.

La questione è ormai aperta: cambieremo il calendario scolastico perché serve a fare la settimana bianca a febbraio, le cure termali in aprile e la cicloturistica con foliage a ottobre, eliminando in un sol colpo gli ingorghi autostradali di agosto?

Sarebbe bello poter semplicemente dire che la scuola, come la filosofia, non è la serva di nessuno.

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