Sinergie di Scuola

Non molti anni fa abbiamo visto sventolare il logo scintillante di FUTURA, la scuola per l’Italia di domani per presentare il PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che prometteva un big bang di transizione digitale, pedagogica e infrastrutturale storica per il nostro sistema di istruzione. Investimento previsto: 17,59 miliardi di euro da “mettere a terra” con sei riforme e dieci linee di investimento, distinte per infrastrutture e competenze, con una precisa road map temporale da avviare nel 2021 e concludersi nel 2026.

Obiettivo prefissato: realizzare «la scuola per l’Italia di domani, innovativa, sostenibile, sicura e inclusiva, un nuovo sistema educativo per garantire il diritto allo studio, le competenze digitali e le capacità necessarie a cogliere le sfide del futuro, superando ogni tipo di disparità e contrastando dispersione scolastica, povertà educativa e divari territoriali».

Obiettivo trasversale e “vincolo non negoziabile” del PNRR nazionale: ridurre i divari territoriali, destinando almeno il 40% delle risorse al Mezzogiorno, considerata la particolare profondità del divario Nord/Sud, non solo per il sistema scuola.

La priorità è sacrosanta e formalmente asseverata dalle risultanze formali, che evidenziano un sostanziale rispetto della previsione normativa; tuttavia le variabili e le incognite sull’effettivo utilizzo dei fondi non sono trascurabili, considerato che le modalità di assegnazione delle risorse lasciano perplessi, per usare un cortese eufemismo.

L’arrivo dei fondi del PNRR ha rischiato di trasformare una grande opportunità in una iattura di pari dimensioni, dato che per la maggior parte l’assegnazione è stata fatta “a sportello”, per non dire che i fondi sono piovuti sugli Istituti scolastici per il semplice fatto che questi esistevano come soggetto potenzialmente attuatore. Benché a caval donato non si debba guardare in bocca, è un dato di fatto che il riparto diretto di risorse tra le scuole stabilito d’autorità con decreto del Ministro dell’Istruzione, senza ricorso ad un previo avviso pubblico, e spacciato per misura di semplificazione, abbia provocato un pesante aggravio sull’attività ordinaria, sia amministrativa che didattica, costringendo le scuole a riempirsi di dispositivi digitali di cui non avevano programmato la necessità o ad improvvisare in quattro e quattr’otto attività di contrasto alla dispersione con percorsi individuali di mentoring e tutoring dedicati agli studenti più fragili, che tuttavia non avevano l’obbligo di parteciparvi.

Con quali risultati? Una lucida analisi di Maria Prodi, Dirigente scolastica, già assessore regionale all’istruzione e lavoro in Umbria, con incarichi presso il Ministero dell’Istruzione e la Provincia di Trento, dimostra come dai risultati delle prove INVALSI 2025 emerga un quadro piuttosto sconfortante poiché, nonostante gli ingenti finanziamenti messi a disposizione dal PNRR, le percentuali di studenti e studentesse che raggiungono livelli almeno accettabili di competenze non mostrano segnali rilevanti di cambiamento: infatti in italiano solo il 52% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori raggiunge almeno il livello base (erano il 56% nel 2024) e in matematica solo il 49% supera il livello minimo (52% nel 2024). Bisogna aggiungere inoltre che se all’inizio i monitoraggi delle azioni antidispersione del PNRR erano agganciati al miglioramento degli apprendimenti e dei livelli di competenze disciplinari e trasversali raggiunti da studenti e studentesse, oltre che alla diminuzione dell’abbandono scolastico e delle assenze, in un secondo momento si prospettavano addirittura target connessi a miglioramenti oggettivi ottenuti nelle prove INVALSI dai beneficiari, per poi limitare asetticamente l’obiettivo al computo degli attestati di completamento dei percorsi assegnati agli studenti, senza entrare nel merito dei risultati relativi agli apprendimenti.

L’ineccepibile conclusione è che per condurre un minimo di verifica dei risultati ottenuti sia necessaria un’analisi degli esiti, una valutazione dei punti di successo o di debolezza e del bilanciamento fra costi e benefici, da effettuarsi a conclusione del Piano, cioè adesso.

Fin da subito tuttavia si possono cogliere alcune evidenti criticità emerse dalla gestione di un piano per il futuro evidentemente condotto con logiche del passato:

  1. Il labirinto burocratico e scivoloso del percorso amministrativo-gestionale farebbe impallidire Kafka: istruzioni, check-list e piattaforme cambiate dalla sera alla mattina, facendo sì che a volte il lavoro fatto non vada più bene e quindi occorra modificarlo, adeguarlo, rivisitarlo, anche più volte, caricando in piattaforma determine, atti collegiali, atti negoziali, attestazioni, DSAN ecc., tirando a indovinare formati consigliati, flag da flaggare, loghi consentiti e suggeriti come da allegato, associando CIG e annullando Smart CIG come farebbero tanti Karate Kids impegnati nel mitico esercizio metti-la-cera-togli-la-cera. Nel concreto, ore di lavoro gettate al vento con un clic.
  2. La super collaudata modalità di finanziamento per acconti: subito il 50% e poi... poi si vedrà! Si tratta ormai di un copione già visto che accomuna nello stesso girone infernale le azioni contro la dispersione scolastica (D.M. 170/2022), delle competenze STEM (D.M. 65/2023), della transizione digitale (D.M. 66/2023) e della riduzione dei divari negli apprendimenti (D.M. 19/2024). Unica e forse trascurabile minuzia è la necessità (etica?) di completare e pagare i progetti, per poi rendicontarli e aspettare il saldo. Una vera commedia dell’assurdo, identica per ogni linea di investimento, è rappresentata dalle rendicontazioni, intermedie, validate, finali, rimesse in lavorazione, con scadenza certa, o probabile, o prorogabile, vediamo, apriamo un ticket, aspettiamo la risposta, a volte surreale.
  3. Il ricorso alle anticipazioni di cassa, necessarie per fronteggiare temporanee esigenze di liquidità, non aiutano a realizzare una delle riforme abilitanti del PNRR (Riforma n. 1.11 “Riduzione dei tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni e delle autorità sanitarie”) che l’Italia si è impegnata a realizzare. Al contrario, invece di accelerare i tempi di pagamento, le stesse istituzioni dello Stato sono obbligate a diventare cattivi pagatori, peggiorando gli indicatori di performance e costringendo la RGS (circolare n. 36/2024) a spiegare che per conteggiare i giorni di scadenza delle fatture occorre consultare il calendario. Un piano di “ripresa e resilienza” che da una parte si assume degli impegni e dall’altra si comporta come stesse scherzando.

Tirando le somme, il PNRR rivela una complessità gestionale e una serie di intoppi e contraddizioni che suonano come un’ammissione implicita di un sistema ingolfato, incapace di tradurre miliardi di euro in un cambiamento percepito reale e tempestivo. Nelle Istituzioni scolastiche il lavoro è stato immane, gli arredi sono nuovi, gli strumenti tecnologici sovrabbondanti, i poli e percorsi formativi (sincroni, asincroni, fisici, virtuali, misti, residenziali e immersivi) hanno rilasciato migliaia di attestati. Eppure non sembra ancora profilarsi, all’orizzonte, la scuola di domani promessa, perché non basta monitorare gli indici di spesa ma – sempre secondo Maria Prodi – occorre valutare i risultati qualitativi delle azioni realizzate «costruendo appositi indicatori di disagio sociale e cognitivo, tramite una indagine longitudinale che permetta una efficace leggibilità degli effetti ottenuti dagli interventi». Condizione imprescindibile sarebbe infine una analisi dei risultati – chiari e aggiornati – dei progetti PNRR, a beneficio della riflessione e delle politiche scolastiche.

Nell’attesa, per cogliere le sfide del futuro, si può continuare a discutere se sia più utile imparare una poesia a memoria, possibilmente in latino, oppure chiedere a ChatGPT di tradurla e farne il riassunto.

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