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Sabato, 16 gennaio 2021

     
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01 Dic 2020

Covid, bassa la trasmissibilità nelle scuole

La febbre è il sintomo d’esordio più frequente (81,9% dei casi) dell’infezione da SARS-CoV-2 nel bambino, seguita da tosse (38%) e rinite (20,8%). Al quarto posto c’è la diarrea (16%). Sono i risultati di uno studio multicentrico pediatrico condotto dalla Società Italiana di Pediatria e dalla SITIP (Società Italiana di Infettivologia Pediatrica) su oltre 50 dei principali Centri Clinici infettivologici italiani, presentato in occasione del Congresso straordinario digitale della SIP. “Il campione ha raccolto 759 pazienti, con più del 20% al di sotto di 1 anno di vita. A oggi può essere considerato il più dettagliato studio europeo sui casi pediatrici di infezione da Covid-19”, sottolinea il Presidente SITIP Guido Castelli Gattinara.

L’indagine ha messo in evidenza che esiste un pattern tipico di presentazione con l’età. “Mentre i bambini sotto l’anno presentano più frequentemente tosse e rinite, i ragazzi più grandi, in età adolescenziale e preadolescenziale, hanno sintomi più tipici a quelli dell’adulto: alterazioni del gusto e dell’olfatto, vomito, mal di testa e dolore toracico” spiegano Silvia Garazzino, vicepresidente SITIP e Luca Pierantoni, Consigliere della SITIP.

L’infezione da SARS-CoV-2 nell’infanzia, rileva lo studio, avviene prevalentemente in modo asintomatico o paucisintomatico: i bambini piccoli si possono infettare, ma spesso senza conseguenze. Si ammalano invece coloro che hanno già una patologia cronica, così come accade negli adulti e negli anziani”, spiegano gli autori dello studio precisando che la raccolta dei casi è stata effettuata prevalentemente in ospedale (il 12 % dei bambini era completamente senza sintomi).  Qual è la ragione per cui i bambini, e in special modo i più piccoli, si ammalano di meno? “E’ ancora da scoprire -sottolineano gli esperti SITIP- le varie ipotesi attribuiscono un valore protettivo a una migliore risposta immunitaria, magari per il maggior stimolo delle altre infezioni virali frequenti nell’infanzia, per le tante vaccinazioni, per la minore espressione di recettori ACE-2 presenti nell’infanzia. Tutte ipotesi molto verosimili, ma ancora da confermare”, concludono.

Solo l'8% dei bimbi è vettore del virus

Nel corso della sessione SITIP è stata anche presentata un’ampia rassegna di studi internazionali sulla contagiosità dei bambini. “Un’ampia analisi di molti studi scientifici conclude che i bambini raramente sono i ‘carrier’ di Covid: si parla di un 8%. Per fare un confronto basta pensare che nell’epidemia di influenza aviaria H5N1 i bambini avevano, invece, portato l’infezione in famiglia in circa il 50% dei casi”, affermano Castelli Gattinara e Giangiacomo Nicolini, specialista in malattie infettive all’Ospedale San Martino di Belluno e membro del Consiglio direttivo SITIP.

Il ritorno a scuola è da alcuni associato al ruolo dei bambini nella diffusione del coronavirus di questo autunno. In realtà -sottolineano Castelli Gattinara e Nicolini- tutte le indagini effettuate in vari Paesi del mondo dimostrano che la trasmissione avviene quasi sempre altrove e all’interno delle famiglie e gli studi in ambito scolastico mostrano una bassa trasmissibilità nelle scuola. Ecco perché gli asili e le scuole primarie possono rimanere aperte, con le opportune precauzioni e raccomandazioni di legge per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2, anzi devono farlo, data la loro importanza fondamentale per l’educazione e la socializzazione dei bambini”.

A riprova di questo i due infettivologi citano innanzitutto una vasta metanalisi pubblicata a fine settembre sulla rivista ‘JAMA Pediatrics’ su un campione di 41.600 bambini e adolescenti, più 269.000 adulti. Lo studio ha mostrato come la condizione di ‘contatto infetto’ è circa la metà nei bambini rispetto agli adulti e anziani (probabilità di rischio: OR = 0,56). Anche la revisione di 81 articoli effettuata da Reza Sinaei della Kerman University of Medical Sciences, e pubblicata a settembre su ‘World Journal of Pediatrics’, mostra come i bambini riportino una minore percentuale di infezioni con manifestazioni meno gravi che negli adulti. 

Che i più piccoli presentino una scarsa capacità di trasmettere il virus lo dimostrano pure gli studi sui focolai nelle scuole: “A giugno in Inghilterra su 30 focolai scolastici la trasmissione dai e ai bambini ha interessato solo 8 casi e da bambino a bambino solo 2 casi su 30. In Germania tra marzo e agosto sono stati registrati vari focolai scolastici che hanno rilevato come le infezioni sono state meno comuni nei bambini di 6-10 anni rispetto ai bambini più grandi e agli adulti che lavoravano nelle scuole”. E uno studio italiano, di Danilo Buonsenso, pediatra della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli IRCCS di Roma, sembrerebbe confermare quanto detto fin qui: “Al 5 ottobre un singolo caso di infezione veniva riportato in più del 90% delle scuole, mentre un cluster epidemico con più di 10 studenti è stato riportato da una sola scuola”, concludono i due medici.

Fonte: Società Italiana di Pediatria

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